Disorientamento spaziale: perchè l'addestramento dei piloti non basta

Il disorientamento spaziale (Spatial Disorientation, SD) continua a rappresentare una delle minacce più subdole e letali per la sicurezza del volo, in particolare durante il passaggio dalle condizioni meteorologiche visive (VMC) a quelle strumentali (IMC). Nonostante decenni di addestramento, tecnologia e procedure, il cervello umano rimane vulnerabile alle illusioni percettive, spesso rapide e difficili da riconoscere in tempo. Lo studio condotto da Rouser, Rock, Paul e Jurewicz (2026) affronta il problema da una prospettiva innovativa: caratterizzare il disorientamento spaziale attraverso segnali fisiologici e neurofisiologici, in particolare l’elettroencefalogramma (EEG), durante un volo realizzato attraverso il simulatore. L’obiettivo non è solo descrittivo, ma applicativo: costruire le basi per definire delle contromisure adattive, a bassa intrusività e centrate sull’essere umano.
Perché studiare il disorientamento spaziale con l’EEG
Il disorientamento spaziale rappresenta una delle minacce più insidiose alla sicurezza del volo, proprio perché spesso non si manifesta immediatamente con un errore evidente. Tradizionalmente, infatti, viene inferito a partire da indicatori indiretti come gli errori di pilotaggio, le deviazioni di assetto o i report soggettivi raccolti dopo il volo. Strumenti utili, ma intrinsecamente limitati. Il punto critico è che la performance non coincide con lo stato cognitivo interno. Un pilota può continuare a pilotare con efficacia anche mentre il suo sistema percettivo è già in conflitto: segnali visivi, vestibolari e propriocettivi non sono più coerenti, ma il controllo del velivolo viene mantenuto grazie all’esperienza, all’automatismo e a un elevato carico cognitivo compensatorio. Questo equilibrio, però, è fragile e temporaneo. Ed è proprio in questa finestra temporale, prima del collasso della performance, che si collocano molti eventi critici e soprattutto gli incidenti più gravi. Studiare il disorientamento spaziale con l’elettroencefalogramma significa spostare lo sguardo dall’errore visibile ai processi invisibili che lo precedono. L’ipotesi di fondo è tanto chiara quanto ambiziosa: il disorientamento spaziale lascia firme fisiologiche e cerebrali misurabili, anche quando il comportamento osservabile appare ancora adeguato. L’EEG consente quindi di intercettare il problema a monte, nel momento in cui il cervello sta già “lottando” per costruire una rappresentazione coerente dello spazio, ma il sistema non ha ancora ceduto. In questa prospettiva, l’EEG non è solo uno strumento di ricerca, ma un possibile ponte tra neuroscienze, human factors e prevenzione: capire quando e come il cervello entra in uno stato di disorientamento può aprire la strada a nuovi modelli di addestramento, monitoraggio e intervento precoce, andando oltre la semplice analisi dell’errore finale. Tradizionalmente, il disorientamento spaziale viene inferito da:
- errori di pilotaggio,
- deviazioni di assetto,
- report soggettivi post-volo.
Il problema è che
la performance non è un indicatore affidabile dello stato cognitivo interno. Come abbiamo sottolineato un pilota può condurre correttamente un aeromobile anche mentre il suo sistema percettivo è in conflitto, almeno per un certo tempo. Ed è proprio in questo spazio temporale che avvengono molti incidenti.
Metodologia: un disorientamento indotto e misurato
Per studiare il disorientamento spaziale in modo rigoroso, lo studio ha scelto una metodologia sperimentale controllata, capace di riprodurre condizioni realistiche senza affidarsi a errori casuali o a interpretazioni retrospettive. Il campione è composto da cinque piloti di ala fissa con abilitazione strumentale, quindi soggetti esperti, addestrati a operare in IMC e ad affidarsi agli strumenti anche in presenza di segnali sensoriali ambigui. Ogni pilota ha effettuato:
- un volo simulato “standard”,
- un volo con cue di movimento disaccoppiati, progettati specificamente per indurre un’illusione di disorientamento spaziale.
Questa scelta è cruciale: non si tratta di errori casuali, ma di illusioni sensoriali controllate, simili a quelle che avvengono in volo reale. I dati sono stati raccolti attraverso un approccio multimodale che prevedeva:
- l'EEG (con focus su canali frontali F3, F4, Fz),
- i parametri cardiorespiratori:
- frequenza cardiaca,
- frequenza respiratoria,
- le misure soggettive:
- NASA Task Load Index (carico cognitivo),
- Situational Awareness Rating Technique (consapevolezza situazionale).
L'analisi dei dati è stata effettuata attraverso:
- dei modelli lineari generali,
- un framework bayesiano, che consente inferenze probabilistiche più robuste,
- e una particolare attenzione alla covarianza residua nei segnali EEG, spesso trascurata in studi precedenti.
Risultati principali: cosa succede al corpo e al cervello durante la SD?
Quando il disorientamento spaziale emerge, il primo sistema a reagire non è la performance, ma il corpo. Ancora prima che il pilota commetta un errore osservabile, compaiono segnali fisiologici chiari di attivazione, come se l’organismo rilevasse il conflitto prima che questo diventi cosciente o comportamentale. Durante gli episodi di disorientamento si è osservata:
- una frequenza cardiaca normalizzata: +0,87
- una frequenza respiratoria normalizzata: +0,46
Questi incrementi indicano una chiara attivazione simpatica, coerente con uno stato di allerta, conflitto sensoriale e stress cognitivo. Il dato è rilevante perché:
- non dipende dalla performance,
- emerge anche quando il pilota non “fallisce” il compito.
In altre parole: il corpo reagisce anche se il pilota continua a volare in modo stabile.
EEG: asimmetria frontale e conflitto cognitivo
Se i segnali fisiologici indicano che il corpo entra precocemente in uno stato di allerta, l’EEG mostra cosa sta accadendo a livello del controllo cognitivo. È qui che il disorientamento spaziale diventa osservabile come processo neurale, prima ancora che come errore operativo.
Il risultato forse più interessante riguarda l’EEG:
- i canali F3 e F4 mostrano variazioni asimmetriche significative durante il disorientamento,
- la differenza di potenza normalizzata rispetto a Fz arriva fino a 0,86.
Dal punto di vista neurocognitivo, questo suggerisce:
- un coinvolgimento differenziale delle aree frontali,
- probabile aumento del conflitto cognitivo, del monitoraggio dell’errore e della regolazione top-down,
- una riorganizzazione temporanea delle risorse attentive.
Non stiamo osservando “rumore”, ma una firma neurale coerente con uno stato di disorientamento attivo. L’asimmetria frontale osservata non è un artefatto né un semplice aumento di attivazione generalizzata. Al contrario, indica una riorganizzazione funzionale delle reti frontali, compatibile con un aumento del conflitto cognitivo e con uno sforzo di regolazione top-down volto a mantenere il controllo in una situazione percettivamente instabile. In questo senso, il disorientamento spaziale appare come uno stato dinamico del cervello: attivo, misurabile e coerente, anche quando all’esterno tutto sembra ancora sotto controllo. Inoltre i modelli che stimavano correttamente la covarianza residua dell’EEG hanno mostrato delle differenze nello standard error fino a 71,3 rispetto ai modelli più semplici. Ne consegue che se non si tratta l’EEG con modelli adeguati, si rischia di perdere o distorcere completamente il segnale. Questo studio alza l’asticella metodologica per tutta la ricerca futura sul tema. Uno dei risultati più importanti (e scomodi) è che:
- le metriche di performance da sole non permettono di inferire il disorientamento,
- alcuni piloti mantengono buone prestazioni anche mentre riportano SD,
- altri mostrano pattern fisiologici di stress senza un immediato degrado operativo.
Questo conferma un punto centrale della psicologia dell’aviazione: la sicurezza non può basarsi solo su ciò che il pilota esegue, ma deve considerare ciò che il pilota “vive” a livello cognitivo e fisiologico.
Quali sono le implicazioni pratiche di questa ricerca?
Il valore principale di questa ricerca non sta nella promessa di nuove automazioni invasive, ma nel cambio di paradigma che propone. Spostare l’attenzione dallo sbaglio finale allo stato cognitivo che lo precede significa ripensare la sicurezza come un processo continuo di supporto, non come una semplice reazione all’errore.
Lo studio non propone allarmi invasivi o automazioni aggressive. Al contrario, apre la strada a:
- sistemi di rilevazione precoce dello stato cognitivo,
- contromisure low-intervention (micro-feedback, adattamento dell’interfaccia, supporto decisionale),
- integrazione futura con:
- cockpit intelligenti,
- simulatori adattivi per l’addestramento,
- programmi di human factors e CRM avanzato.
L’idea chiave è riconoscere il disorientamento prima che diventi un errore irreversibile. I risultati hanno valore non solo per il volo, ma per tutti i contesti ad alto rischio:
- sanità,
- controllo del traffico,
- ambienti complessi e dinamici.
Questa ricerca dimostra che:
- gli stati mentali critici sono misurabili,
- la fisiologia può anticipare il comportamento,
- la sicurezza del futuro sarà data-driven e human-centered, non solo procedurale.
L’idea chiave è semplice ma importante: riconoscere il disorientamento prima che diventi irreversibile. I risultati mostrano che gli stati mentali critici possono essere misurati, che la fisiologia anticipa il comportamento e che la sicurezza del futuro non potrà essere solo procedurale. Sarà necessariamente data-driven e human-centered, applicabile non solo al volo, ma a tutti i contesti complessi e ad alto rischio in cui le persone devono decidere e agire mentre il sistema, silenziosamente, sta già entrando in difficoltà.
Conclusione
- Lo studio di Rouser et al. rappresenta un passo deciso verso una nuova generazione di sicurezza aeronautica, in cui il pilota non è solo un esecutore di procedure, ma un sistema neurocognitivo monitorabile, supportabile e protetto.
- Il disorientamento spaziale non si elimina con l’addestramento, ma si può riconoscere, comprendere e mitigare meglio.
- L’EEG, insieme ai segnali fisiologici, potrebbe diventare uno degli strumenti chiave per farlo.
Bibliografia
Rouser BP, Rock LD, Paul RC, Jurewicz KA. Characterizing Spatial Disorientation in Flight Simulation Through Electroencephalogram Trends. Aerosp Med Hum Perform. 2026 Feb;97(2):84-92. doi: 10.3357/AMHP.6793.2026. PMID: 41592727.
Dott.Igor Graziato
Past Vice President
Ordine Psicologi Piemonte
Psicologo del lavoro e delle organizzazioni
Specialista in Psicoterapia
Virtual Reality Therapist
REB HP Register for Evidence-Based Hypnotherapy & Psychotherapy
AAvPA Member Australian Aviation Psychology Association
APA Member American Psychological Association
ABCT Member Association for Behavioral and Cognitive Therapies
Division 30 Society of Psychological Hypnosis (APA)
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