Peer Support in aviazione: tra valore percepito e mancanza di evidenze scientifiche

Negli ultimi anni la salute mentale in aviazione è passata da tema marginale a questione centrale della sicurezza. Questo soprattutto dopo il tragico evento che ha coinvolto il volo Germanwings 9525. Non si tratta di un cambiamento culturale secondario, ma di una trasformazione profonda: oggi il benessere psicologico del pilota è sempre più riconosciuto come parte integrante della sicurezza operativa. Le evidenze disponibili, pur con limiti metodologici, mostrano livelli non trascurabili di ansia, depressione e ideazione suicidaria tra i piloti, in alcuni casi comparabili alla popolazione generale e, in specifici sottogruppi, persino superiori . Tuttavia, a questa consapevolezza crescente non corrisponde una reale accessibilità alle cure. Il motivo è noto e strutturale: molti piloti evitano di rivolgersi a servizi sanitari per timore di perdere l’idoneità aeromedica e, di conseguenza, la propria carriera . Qui emerge il primo grande paradosso: proprio in un settore in cui l’affidabilità umana è critica, esistono forti barriere alla richiesta di aiuto. È in questo spazio, tra bisogno e impossibilità di esprimerlo, che nascono i programmi di peer support.
Peer Support Programs: che cosa sono e come funzionano
I Peer Support Programs (PSP), e in particolare i Pilot Peer Support Programs (PPSP), rappresentano una risposta organizzativa a questo problema. Non sono servizi clinici, né sostituiscono la psicoterapia o la medicina aeronautica. Si configurano piuttosto come un sistema informale ma strutturato in cui piloti appositamente formati offrono supporto ai colleghi in difficoltà. La loro forza non risiede nella tecnica, ma nella posizione: sono interni alla cultura dell’aviazione, condividono il linguaggio operativo e, soprattutto, offrono uno spazio percepito come sicuro. Le linee guida europee li descrivono infatti come una “zona protetta”, basata su confidenzialità, volontarietà e assenza di conseguenze punitive . Questo punto è fondamentale per capirne il valore: i PSP non nascono per trattare disturbi, ma per intercettare il disagio prima che diventi clinico o operativo. In questo senso, si collocano pienamente all’interno dei sistemi di gestione della sicurezza, contribuendo a ridurre il rischio attraverso un intervento precoce.
I Peer Support Programs sono efficaci?
La ricerca condotta da Bor, R., Bekker, A., Gordon, S., Henderson, R., Fahnenbruck, G., Snyder, Q., & Hoffmann, W. (2025) mette in luce un dato che, per chi lavora in questo settore, è difficile ignorare. Nonostante la diffusione globale dei PSP e il forte supporto da parte di enti regolatori come EASA e FAA, le evidenze empiriche sono sorprendentemente scarse. La revisione ha analizzato 3.860 documenti tra letteratura scientifica ed altra documentazione. Dopo un processo rigoroso di selezione, solo tre studi sono risultati idonei per valutare gli outcome dei PSP . Tre studi non sono semplicemente pochi: sono insufficienti per costruire una base scientifica solida. Gli stessi autori parlano di una “piramide rovesciata”, dove la quantità di policy, di linee guida e di raccomandazioni supera di gran lunga quella delle evidenze empiriche .
Questo squilibrio ha implicazioni importanti. Significa che molte decisioni organizzative e regolatorie vengono prese su basi più teoriche o esperienziali che scientifiche. Non è necessariamente un errore, ma è un limite che deve essere riconosciuto.
Che cosa emerge dallo studio?
I tre studi inclusi nella revisione offrono indicazioni utili, ma frammentarie. Il primo, di tipo quantitativo, analizza i fattori che influenzano la propensione dei piloti a utilizzare i programmi di peer support. I risultati mostrano una relazione chiara tra variabili di contesto, come la fiducia nell’organizzazione, la sicurezza lavorativa e la qualità del clima operativo, e la disponibilità a chiedere aiuto. Il dato più rilevante, però, è un altro: i piloti con sintomi psicologici clinicamente significativi risultano meno inclini ad accedere ai Peer Support Programs. Questo risultato introduce una criticità strutturale. Il sistema è progettato per intercettare il disagio, ma proprio le persone più vulnerabili tendono a rimanerne fuori. È un meccanismo noto anche in ambito clinico, ma qui assume un peso maggiore, perché riguarda un contesto safety-critical. Gli studi qualitativi aggiungono un livello di comprensione più profondo. Da un lato emerge che il supporto tra pari è percepito come autentico, accessibile e credibile. Dall’altro, persiste una forte diffidenza verso i servizi formali, alimentata dal timore di stigma e conseguenze professionali. Un ulteriore contributo riguarda il ruolo più ampio dei Peer Support Programs. Vengono descritti come strumenti che agiscono simultaneamente su più livelli: il benessere individuale, la sicurezza operativa, il funzionamento organizzativo e la cultura professionale. Questa visione sistemica è coerente con l’approccio dei human factors, ma resta ancora poco supportata da dati quantitativi.
I limiti dei Peer Support Programs
Se i dati disponibili sono pochi, ciò che manca è ancora più rilevante. Nessuno degli studi analizzati utilizza misure standardizzate per valutare l’efficacia dei PSP. Non esistono follow-up longitudinali, non vengono analizzati gli effetti sul contesto professionale e, soprattutto, non ci sono indicatori diretti di sicurezza.
Questo significa che non possiamo rispondere a delle domande fondamentali. Non sappiamo se i Peer Support Programs riducono incidenti o errori, se migliorano in modo stabile il benessere psicologico o se hanno un impatto misurabile sulle performance operative. Sappiamo solo che sono percepiti come utili, ma non quanto siano efficaci nel lungo periodo. Un’altra assenza significativa riguarda altre figure professionali dell’aviazione. Non sono stati trovati studi su cabin crew, controllori di volo o personale tecnico. Questo limita ulteriormente la generalizzabilità dei risultati. Il limite delle evidenze non dipende da una mancanza di interesse, ma da una serie di vincoli strutturali. I PSP sono programmi relativamente recenti, spesso privi di infrastrutture dedicate alla raccolta dati. Le risorse vengono investite nella formazione dei peer e nel funzionamento del servizio, lasciando poco spazio alla valutazione. Ma il vero nodo è etico e culturale. La fiducia è il pilastro dei PSP, e qualsiasi raccolta dati può essere percepita come una sorta di "minaccia". Esiste il timore che le informazioni possano essere utilizzate da aziende o autorità regolatorie, con conseguenze negative per i piloti. A questo si aggiungono vincoli normativi, come il GDPR, e incertezze legali sulla gestione delle informazioni sensibili . Ne deriva una tensione difficile da risolvere: più si raccolgono dati, più si rischia di compromettere la fiducia; meno si raccolgono dati, meno è possibile dimostrare l’efficacia del programma.
Nonostante queste difficoltà, il paper suggerisce una direzione chiara. Le linee guida più recenti propongono un approccio basato su dataset minimi, raccolti in modo anonimo e eticamente sostenibile. In questo modello, l’attenzione si concentra su pochi indicatori chiave, come l’utilizzo del servizio, le tipologie di problematiche presentate e il livello di soddisfazione degli utenti. È quindi necessario sviluppare degli indicatori coerenti con la loro natura, che rispettino la confidenzialità ma permettano comunque di osservare tendenze e criticità.
Questo approccio, già utilizzato in altri settori ad alta responsabilità come la sanità e i servizi di emergenza, potrebbe rappresentare un punto di equilibrio tra esigenza di evidenza e tutela della fiducia.
L'importanza dello Psicologo dell'Aviazione
In questo quadro, la figura dello psicologo dell’aviazione assume un ruolo che non può essere considerato accessorio, ma strutturale, perché si colloca esattamente nel punto di intersezione tra salute mentale, human factors, cultura della sicurezza e funzionamento organizzativo. La letteratura richiamata nell’articolo mostra infatti due dati convergenti: da un lato, tra i piloti esistono livelli non trascurabili di sofferenza psicologica, inclusi sintomi ansiosi, depressivi e, in alcuni casi, ideazione suicidaria; dall’altro, proprio i professionisti che presentano indicatori di maggiore vulnerabilità tendono a essere meno propensi a utilizzare i canali di aiuto disponibili, inclusi i Peer Support Programs. Questo è un punto cruciale, perché significa che il sistema di supporto spontaneo tra pari, pur essendo prezioso, non è di per sé sufficiente a garantire intercettazione, valutazione e gestione competente del disagio psicologico nei contesti safety-critical. È qui che lo psicologo dell’aviazione diventa essenziale: non come figura sostitutiva del peer supporter, ma come professionista specializzato capace di integrare la comprensione clinica con la conoscenza del contesto aeronautico, delle dinamiche operative, delle pressioni identitarie e delle barriere specifiche all’help-seeking che caratterizzano il personale di volo. La ricerca citata suggerisce chiaramente che la fiducia organizzativa, la sicurezza lavorativa percepita e clima operativo influenzano la disponibilità a chiedere aiuto; questo significa che il disagio psicologico in aviazione non può essere letto solo in chiave individuale, ma va compreso all’interno di un sistema complesso in cui fattori personali, culturali e organizzativi si influenzano reciprocamente. Lo psicologo dell’aviazione, proprio per la sua formazione, è la figura più adatta a lavorare su questo doppio livello: da una parte può contribuire alla valutazione precoce del disagio, alla formulazione del caso, all’orientamento verso interventi appropriati e alla costruzione di percorsi di supporto realmente compatibili con il contesto professionale; dall’altra può collaborare con compagnie, aeromedical examiners, programmi di peer support e strutture di safety management per sviluppare modelli di prevenzione, formazione e de-stigmatizzazione coerenti con la just culture. Inoltre, uno dei limiti più rilevanti emersi dalla revisione di Bor e colleghi è l’assenza di misure standardizzate, follow-up longitudinali e indicatori diretti di sicurezza: anche sotto questo profilo il contributo dello psicologo dell’aviazione è decisivo, perché può partecipare alla costruzione di framework di valutazione eticamente sostenibili, scientificamente rigorosi e rispettosi della confidenzialità, evitando sia il rischio di medicalizzare impropriamente ogni fatica emotiva sia quello opposto di lasciare il disagio in una zona grigia non osservata. In altre parole, se i Peer Support Programs rappresentano una porta di accesso protetta, lo psicologo dell’aviazione rappresenta la competenza specialistica necessaria per dare continuità, profondità e validazione a quel supporto, trasformandolo da risposta intuitivamente utile a componente realmente integrata della sicurezza operativa. In un settore in cui performance, decision making, regolazione emotiva, fatica, identità professionale e pressione normativa si intrecciano continuamente, la tutela del benessere psicologico non può essere affidata solo alla buona volontà organizzativa o alla solidarietà tra colleghi: richiede una professionalità capace di comprendere il fattore umano con rigore scientifico e sensibilità clinica. Ed è precisamente questo il compito dello psicologo dell’aviazione.
Sintesi
- Il quadro che emerge dalla ricerca è chiaro e, in parte, scomodo. I programmi di peer support rappresentano una risposta promettente a un problema reale e rilevante. Sono coerenti con i principi dei human factors e con l’evoluzione della safety culture in aviazione. Ma, allo stato attuale, la loro efficacia è più ipotizzata che dimostrata.
- Esiste un forte consenso sul loro valore, ma una base empirica estremamente limitata. Questo non significa che non funzionino, ma che non abbiamo ancora strumenti adeguati per misurarli.
- Il passo successivo, indicato chiaramente dagli autori, è lo sviluppo di framework standardizzati, eticamente sostenibili e sensibili al contesto. Solo così sarà possibile trasformare i PSP da buona pratica a intervento validato. E in un settore come l’aviazione, dove la sicurezza non può basarsi su intuizioni, questo passaggio non è opzionale. È necessario.
- Lo psicologo dell’aviazione rappresenta una figura chiave per integrare i Peer Support Programs nei sistemi di sicurezza, colmando il divario tra supporto informale e intervento clinico-specialistico. Le evidenze mostrano infatti che i piloti più vulnerabili tendono a non chiedere aiuto e che il disagio psicologico è influenzato da fattori individuali, organizzativi e culturali. In questo contesto, lo psicologo dell’aviazione contribuisce alla valutazione precoce, alla gestione del rischio, alla costruzione di una just culture e allo sviluppo di modelli di intervento e valutazione scientificamente fondati, rendendo il benessere psicologico una componente reale e misurabile della sicurezza operativa.
Bibliografia
Bor, R., Bekker, A., Gordon, S., Henderson, R., Fahnenbruck, G., Snyder, Q., & Hoffmann, W. (2025). A review of outcomes reported in aviation peer support programs: What data exist? A scoping review of evidence and gaps. Aviation Psychology and Applied Human Factors, 15(2), 162–170.
Dott.Igor Graziato
Past Vice President
Ordine Psicologi Piemonte
Psicologo del lavoro e delle organizzazioni
Specialista in Psicoterapia
Virtual Reality Therapist
REB HP Register for Evidence-Based Hypnotherapy & Psychotherapy
AAvPA Member Australian Aviation Psychology Association
APA Member American Psychological Association
ABCT Member Association for Behavioral and Cognitive Therapies
Division 30 Society of Psychological Hypnosis (APA)
Hai paura di volare o vuoi capire meglio come funziona SkyConfidence?
Prenota
una videocall gratuita di 20 minuti: faremo insieme il punto della situazione e potrai scoprire il percorso più adatto a te. Il primo passo per trasformare la paura in libertà e scoprire il piacere di volare comincia da qui.
Prenota ora.









