Paura di volare e diabete di tipo 1: cosa emerge dalla ricerca scientifica

Viaggiare in aereo attraversando diversi fusi orari rappresenta una situazione complessa per le persone con diabete di tipo 1. Il problema non riguarda soltanto la conservazione dell’insulina o la regolazione degli orari di somministrazione. Il viaggio modifica contemporaneamente il ritmo sonno-veglia, gli orari dei pasti, il livello di attività fisica, l’accessibilità ai dispositivi medici e la possibilità di ricevere assistenza.mA questi aspetti si aggiunge una dimensione psicologica spesso sottovalutata: la persona deve prendere decisioni sanitarie importanti in un ambiente poco controllabile, lontano dalle proprie abitudini e talvolta distante dal proprio medico curante. Lo studio di Jordan E. Pinsker e colleghi, pubblicato nel 2017 su Diabetes Technology & Therapeutics, ha analizzato proprio le esperienze reali delle persone con diabete di tipo 1 durante i voli a lungo raggio. I risultati mostrano che, per molti viaggiatori, l’ansia non nasce primariamente dalla paura dell’aereo, delle turbolenze o di un incidente aeronautico. Nasce dalla possibilità di non riuscire a gestire adeguatamente la propria condizione durante il viaggio. In questo senso, parlare genericamente di “paura di volare” può essere fuorviante. In numerosi casi si tratta più precisamente di una paura di perdere il controllo sulla gestione del diabete.
Lo studio sui viaggi a lungo raggio
La ricerca ha coinvolto 503 membri della comunità online T1D Exchange. I partecipanti hanno compilato un questionario composto da 45 domande riguardanti le loro esperienze di viaggio attraverso almeno cinque fusi orari. Il campione è stato suddiviso considerando:
- la durata del diabete;
- l’utilizzo o meno del microinfusore, tecnicamente definito infusione sottocutanea continua di insulina;
- l’impiego di un sistema di monitoraggio continuo della glicemia;
- la combinazione delle diverse tecnologie.
Il 71% dei partecipanti aveva effettuato almeno un viaggio a lungo raggio nei cinque anni precedenti. Si trattava quindi, in buona parte, di persone con un’esperienza concreta del problema e non soltanto di individui che immaginavano le possibili difficoltà. I risultati principali sono particolarmente significativi:
- il 74% riferiva un aumento degli episodi di ipoglicemia, iperglicemia o di entrambi durante i viaggi internazionali;
- il 22% dichiarava di essere rimasto senza insulina almeno una volta durante un viaggio;
- il 9% aveva evitato completamente i viaggi internazionali a causa delle difficoltà legate alla gestione del diabete;
- il 37% riteneva che le informazioni disponibili non prendessero sufficientemente in considerazione l’imprevedibilità della gestione quotidiana;
- le principali lacune informative riguardavano le emergenze all’estero, i controlli di sicurezza aeroportuali e la regolazione dell’insulina basale attraversando diversi fusi orari.
Il dato del 22% relativo all’esaurimento dell’insulina è particolarmente rilevante. Non descrive soltanto un problema organizzativo: indica che, durante un viaggio, anche persone abituate a gestire quotidianamente il diabete possono sottostimare i consumi, perdere parte del materiale o trovarsi davanti a ritardi e cambiamenti imprevisti.
Non esiste un’unica “paura di volare”
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda la diversa natura delle preoccupazioni in base al trattamento utilizzato. Le persone che utilizzavano il microinfusore, con o senza monitoraggio continuo della glicemia, indicavano come principale fonte di ansia la possibilità di perdere o non avere a disposizione i materiali necessari. Chi non utilizzava il microinfusore era invece maggiormente preoccupato per l’instabilità glicemica, quindi per la possibilità di andare incontro a ipoglicemie o iperglicemie. Questa differenza suggerisce che l’ansia legata al viaggio non deve essere trattata come un fenomeno psicologico uniforme.
Per chi utilizza il microinfusore, la minaccia può essere prevalentemente tecnologica e logistica:
- smarrimento dei dispositivi;
- rottura del microinfusore;
- problemi con il set di infusione;
- deterioramento dell’insulina;
- difficoltà nei controlli aeroportuali;
- mancanza di materiale sostitutivo.
Per chi utilizza iniezioni multiple, la paura può essere maggiormente centrata sul corpo e sulle oscillazioni glicemiche:
- non accorgersi in tempo di un’ipoglicemia;
- non riuscire a calcolare correttamente l’insulina;
- confondere gli orari;
- non poter consumare il pasto previsto;
- non sapere come interpretare valori diversi dal solito.
Una valutazione psicologica adeguata dovrebbe quindi identificare l’oggetto preciso della preoccupazione. Dire semplicemente “ho paura di volare” non permette ancora di comprendere se la persona tema l’aereo, la glicemia, la perdita dei farmaci, il giudizio del personale di sicurezza o l’impossibilità di ricevere aiuto. Il volo non modifica soltanto il luogo in cui avviene la gestione del diabete. Cambia l’intero sistema di riferimento della persona e in particolare:
Il problema legato ai fusi orari
Attraversare cinque o più fusi orari modifica la durata soggettiva e reale della giornata. Viaggiando verso ovest, la giornata tende ad allungarsi; viaggiando verso est, tende ad accorciarsi. Questo può rendere più difficile stabilire quando modificare l’orario del dispositivo, quando somministrare l’insulina basale e come coordinare insulina, pasti e sonno. Il problema è particolarmente delicato nei regimi che prevedono l'impiego di insulina ad azione prolungata. Non esiste una procedura universale adatta a tutte le persone. La strategia dipende dal tipo di insulina, dal dispositivo, dalla direzione del viaggio, dal numero di fusi attraversati, dalla durata della permanenza e dalla sensibilità individuale. Le revisioni scientifiche sottolineano infatti una notevole variabilità delle raccomandazioni disponibili e una base empirica ancora incompleta. Per questo motivo, le modifiche delle dosi o degli orari devono essere definite anticipatamente con il diabetologo. Una spiegazione generica trovata online non può sostituire un piano individualizzato.
L'alterazione delle abitudini
Durante un viaggio possono cambiare:
- gli orari dei pasti;
- la quantità e la composizione dei carboidrati;
- l’attività fisica;
- il consumo di alcol;
- la qualità del sonno;
- il livello di stress;
- l’idratazione;
- la frequenza dei controlli;
- l’assorbimento dell’insulina;
- il tempo trascorso seduti.
La difficoltà nasce dall’interazione tra questi fattori. Una persona può, per esempio, mangiare meno durante il volo, camminare molto all’interno dell’aeroporto, dormire poco e modificare contemporaneamente gli orari dell’insulina. Il valore glicemico finale non dipenderà da una singola variabile, ma dal loro effetto combinato.
Una revisione della letteratura sui comportamenti e sulle esperienze di viaggio delle persone con diabete di tipo 1 ha confermato la presenza di tre grandi aree problematiche: la preparazione del viaggio, le procedure aeroportuali e la gestione clinica durante la permanenza all’estero. Gli autori hanno inoltre evidenziato la scarsa qualità complessiva dei dati disponibili e la necessità di linee guida maggiormente condivise.
Pressurizzazione della cabina e microinfusori
Un ulteriore tema riguarda le variazioni della pressione atmosferica durante la salita e la discesa. Studi sperimentali hanno mostrato che la riduzione della pressione può favorire la formazione o l’espansione di bolle d’aria nel serbatoio e nel sistema di infusione, determinando piccole variazioni involontarie nell’erogazione dell’insulina. Questo dato non deve però essere trasformato in un messaggio allarmistico. Una ricerca più recente, che ha integrato simulazioni in camera ipobarica e dati reali relativi a piloti con diabete trattato con insulina, ha rilevato variazioni tecniche nell’erogazione, ma non ha osservato nei dati reali una riduzione significativa della glicemia o episodi di ipoglicemia attribuibili alle normali variazioni di pressione. Gli autori hanno quindi ritenuto che i vantaggi clinici dei microinfusori continuino a sostenerne l’utilizzo durante il volo.
La conclusione più corretta non è che il microinfusore sia pericoloso in aereo, ma è fondamentale che la persona conosca il proprio dispositivo, seguire le indicazioni del produttore e concordare con il proprio diabetologo eventuali precauzioni.
La dimensione psicologica: il diabetes distress
La gestione del diabete di tipo 1 richiede un’attività decisionale continua. La persona deve controllare i valori, valutare i carboidrati, somministrare insulina, interpretare le tendenze glicemiche e anticipare le conseguenze delle proprie azioni. Questo carico può generare il cosiddetto "diabetes distress": una forma di sofferenza emotiva legata alle richieste quotidiane della patologia. Non coincide necessariamente con un disturbo depressivo o con un disturbo d’ansia. È piuttosto il risultato della pressione continua derivante dal dover gestire una condizione complessa, variabile e potenzialmente pericolosa. Durante un viaggio il carico aumenta perché molti automatismi costruiti nel tempo non sono più utilizzabili. A casa, la persona sa dove sono i materiali, cosa mangia abitualmente, come reagisce il proprio organismo e chi contattare in caso di difficoltà. In viaggio, queste coordinate diventano meno prevedibili. L’ansia può quindi essere compresa come la risposta a una combinazione di tre fattori:
- aumento dell’incertezza;
- aumento delle conseguenze percepite di un errore;
- riduzione della sensazione di controllo.
La persona non teme soltanto che qualcosa possa accadere. Può temere soprattutto di non riuscire a intervenire con sufficiente rapidità.
La paura dell’ipoglicemia
La paura dell’ipoglicemia è un fenomeno clinicamente riconosciuto nelle persone con diabete di tipo 1. Una revisione di 53 studi ha mostrato che essa può influenzare il benessere psicologico, la qualità della vita e i comportamenti di autogestione. Questa paura può produrre risposte molto diverse. In alcuni casi favorisce una vigilanza funzionale: la persona controlla la glicemia, porta con sé carboidrati a rapido assorbimento e prepara un piano per le emergenze. In altri casi diventa eccessiva e porta a:
- mantenere intenzionalmente la glicemia più alta;
- assumere carboidrati anche quando non sono necessari;
- correggere continuamente valori non pericolosi;
- controllare il sensore in modo ripetitivo;
- evitare di dormire;
- rinunciare a viaggiare;
- dipendere costantemente dalla rassicurazione di altre persone.
Il problema non è la presenza della paura in sé. L’ipoglicemia costituisce un rischio reale e richiede attenzione. Il problema emerge quando la paura diventa sproporzionata e interferisce con una gestione clinicamente appropriata.
Il paradosso del controllo
Di fronte all’incertezza, la persona può tentare di ridurre l’ansia aumentando i controlli. Questo comportamento produce inizialmente sollievo: guardare ripetutamente il sensore, ricontare le scorte o chiedere continue rassicurazioni dà per qualche minuto la sensazione di essere più protetti. A lungo termine, tuttavia, può rafforzare il messaggio implicito secondo cui la situazione sarebbe pericolosa e ingestibile senza una sorveglianza costante. Si crea così un circolo vizioso:
incertezza → pensiero catastrofico → ansia → controllo ripetuto → sollievo temporaneo → maggiore bisogno di controllare.
È importante distinguere tra il controllo funzionale e quello che emerge per gestire la componente ansiosa.
- Il controllo funzionale segue un piano stabilito: la persona verifica ciò che serve nei momenti previsti e interviene in base a criteri chiari.
- Il controllo come strategia di coping disfunzionale non ha invece un punto di conclusione. Ogni verifica produce un nuovo dubbio: “E se il sensore non fosse preciso?”, “E se avessi dimenticato qualcosa?”, “E se la glicemia cambiasse improvvisamente?”.
La tecnologia può ridurre l’incertezza, ma non può eliminarla completamente. Un monitoraggio continuo può aumentare la sicurezza e fornire informazioni preziose, ma nelle persone particolarmente vulnerabili all’ansia può anche diventare uno strumento che mantiene alta l'ipervigilanza.
Dalla preparazione efficace alla pianificazione compulsiva
Prepararsi accuratamente a un viaggio con diabete di tipo 1 è necessario. Non sarebbe corretto interpretare ogni controllo o ogni scorta aggiuntiva come un comportamento patologico. La distinzione dipende dalla funzione del comportamento.
Una preparazione efficace:
- è proporzionata al rischio;
- si basa su indicazioni cliniche;
- comprende materiali di riserva;
- prevede alternative realistiche;
- ha un momento di conclusione;
- aumenta la fiducia nella propria capacità di affrontare gli imprevisti.
Una preparazione dettata dall’ansia:
- viene ripetuta senza acquisire nuove informazioni;
- cerca una certezza assoluta;
- aumenta progressivamente la quantità di materiale senza un criterio;
- richiede rassicurazioni continue;
- impedisce di sentirsi pronti;
- porta a posticipare o annullare il viaggio.
L’obiettivo psicologico non deve essere ridurre la preparazione, ma trasformarla in un comportamento finito, verificabile e basato su procedure.
L’evitamento dei viaggi
Nello studio di Pinsker e colleghi, il 9% dei partecipanti aveva evitato i viaggi internazionali a causa delle difficoltà legate al diabete. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, l’evitamento produce un effetto immediato molto potente: cancellando il viaggio, l’ansia diminuisce. Questo sollievo rinforza la decisione di evitare e aumenta la probabilità che la persona rinunci anche in futuro. Nel tempo, l’individuo può sviluppare la convinzione di non essere in grado di gestire il diabete lontano da casa. L’assenza di esperienze correttive impedisce di verificare se una preparazione adeguata avrebbe consentito di affrontare il viaggio. L’evitamento non deve comunque essere interpretato automaticamente come irrazionale. La persona può avere vissuto episodi realmente difficili, essere rimasta senza insulina, aver avuto un’ipoglicemia grave o essersi confrontata con sistemi sanitari poco accessibili. Un intervento psicologico serio deve quindi evitare due estremi:
- minimizzare i rischi reali;
- considerare ogni rischio come una ragione sufficiente per rinunciare.
L’obiettivo consiste nel costruire una percezione realistica del rischio e, contemporaneamente, rafforzare la capacità di affrontarlo.
Un possibile modello di intervento psicologico
Quando l’ansia interferisce significativamente con la possibilità di viaggiare, può essere utile un intervento psicologico integrato con il lavoro del diabetologo.
Valutare la paura specifica
Occorre chiarire quale sia il nucleo centrale della preoccupazione:
- paura dell’ipoglicemia;
- paura dell’iperglicemia o della chetoacidosi;
- paura di perdere l’insulina;
- paura del guasto tecnologico;
- paura di non ricevere assistenza;
- paura dei controlli aeroportuali;
- paura dell’aereo;
- paura di trovarsi lontani da casa.
Ogni paura richiede informazioni e strategie differenti.
Separare probabilità, gravità e capacità di risposta
Nell’ansia, questi tre elementi tendono a fondersi. Un evento grave viene percepito automaticamente come probabile, mentre la capacità personale di affrontarlo viene sottostimata. Il lavoro psicologico aiuta la persona a porsi tre domande distinte:
- quanto è probabile che l’evento accada?
- quali sarebbero realmente le conseguenze?
- quali strumenti avrei per gestirlo?
Questo passaggio permette di spostare l’attenzione dalla ricerca di una sicurezza assoluta alla costruzione di una capacità di risposta.
Costruire un piano scritto
Un piano efficace può comprendere:
- materiali da portare nel bagaglio a mano;
- quantità di riserva definite con criteri realistici;
- alternativa in caso di guasto del microinfusore;
- gestione concordata dei fusi orari;
- soglie e procedure per ipoglicemia e iperglicemia;
- contatti sanitari e assicurativi;
- documentazione clinica;
- indicazioni sulla conservazione dell’insulina;
- modalità di comunicazione con il personale aeroportuale;
- riferimenti per reperire insulina o dispositivi nel Paese di destinazione.
La funzione psicologica del piano non è promettere che nulla andrà storto. È dimostrare che esistono risposte possibili anche quando si verifica un imprevisto.
Eseguire prove comportamentali
La preparazione può includere simulazioni concrete:
- spiegare a un’altra persona cosa fare in caso di ipoglicemia;
- provare il passaggio temporaneo dal microinfusore alle iniezioni, esclusivamente secondo le indicazioni del diabetologo;
- preparare e controllare il bagaglio utilizzando una checklist;
- simulare la comunicazione con il personale di sicurezza;
- trascorrere gradualmente periodi più lunghi lontano da casa;
- affrontare inizialmente viaggi più brevi.
Le prove comportamentali aumentano l’autoefficacia perché trasformano un piano astratto in una competenza sperimentata.
Ridurre i controlli non necessari
Quando è presente ipervigilanza, può essere utile concordare criteri per distinguere:
- i controlli clinicamente indicati;
- i controlli aggiuntivi giustificati dal cambiamento di routine;
- i controlli ripetuti eseguiti esclusivamente per ridurre momentaneamente l’ansia.
La riduzione non deve essere arbitraria. Deve rispettare la sicurezza diabetologica e avvenire preferibilmente con il coinvolgimento del team curante.
Il ruolo degli operatori sanitari
Lo studio mette in evidenza un problema che non può essere attribuito esclusivamente ai viaggiatori. Molti partecipanti percepivano le informazioni disponibili come frammentarie, generiche o incapaci di rappresentare l’imprevedibilità della gestione reale. Una semplice raccomandazione come “porti più insulina” non è sufficiente. La persona ha bisogno di un piano che consideri:
- il tipo di terapia;
- il dispositivo utilizzato;
- la durata della malattia;
- l’esperienza nei viaggi;
- la capacità di riconoscere l’ipoglicemia;
- eventuali precedenti emergenze;
- la destinazione;
- il numero di fusi orari;
- la durata del soggiorno;
- le paure specifiche.
Gli standard attuali per il trattamento del diabete sottolineano inoltre l’importanza di valutare periodicamente il diabetes distress, l’ansia e gli altri fattori psicosociali che possono interferire con l’autogestione. Il supporto psicologico non deve essere proposto soltanto quando la persona manifesta un disturbo psichiatrico. Può essere utile anche per migliorare la gestione dell’incertezza, la capacità decisionale, l’autoefficacia e la qualità della vita.
Limiti dello studio
I risultati di Pinsker e colleghi sono importanti, ma devono essere interpretati con prudenza. La ricerca si basa su un questionario online e su ricordi riferiti direttamente dai partecipanti. Non sono quindi disponibili misurazioni oggettive della glicemia durante i singoli viaggi, né è possibile stabilire con precisione la frequenza o la gravità degli episodi riportati. La partecipazione a una comunità online dedicata al diabete potrebbe inoltre selezionare persone particolarmente informate, coinvolte o interessate alle tecnologie. Il campione non rappresenta necessariamente tutte le persone con diabete di tipo 1. Lo studio è stato pubblicato nel 2017. Da allora, il monitoraggio continuo, i sistemi ibridi ad ansa chiusa e l’erogazione automatizzata di insulina sono diventati più diffusi. Alcune difficoltà possono quindi essersi modificate. Tuttavia, le revisioni e le ricerche successive continuano a evidenziare lacune informative, variabilità delle raccomandazioni e bisogno di indicazioni personalizzate. Non è inoltre possibile concludere che il viaggio provochi direttamente l’instabilità glicemica nel 74% dei partecipanti. Il risultato indica una percezione o un’esperienza riferita di maggiori oscillazioni, non dimostra un rapporto causale né identifica quale elemento del viaggio ne sia responsabile.
In sintesi
- Il viaggio a lungo raggio con diabete di tipo 1 non è soltanto una questione di dosi, dispositivi e fusi orari. È una situazione nella quale competenze cliniche, organizzazione, percezione del rischio e regolazione emotiva interagiscono continuamente.
- Lo studio di Pinsker e colleghi mostra che una parte rilevante delle persone sperimenta maggiori oscillazioni glicemiche durante i viaggi e che alcune arrivano a rinunciare completamente agli spostamenti internazionali.
- Il dato psicologicamente più importante è che non esiste un’unica paura. Per alcuni il problema centrale è l’ipoglicemia, per altri la perdita dei materiali, il guasto del dispositivo, l’impossibilità di ricevere assistenza o la difficoltà di modificare la terapia attraversando i fusi orari.
- Una preparazione efficace deve quindi essere individualizzata e multidisciplinare. Il diabetologo può definire la strategia clinica; l’educatore diabetologico può consolidare le competenze operative; lo psicologo può lavorare sull’ansia anticipatoria, sulla paura dell’ipoglicemia, sull’evitamento e sul bisogno di controllo.
- L’obiettivo non è convincere la persona che il viaggio sia privo di rischi. È aiutarla a distinguere i rischi reali dalle previsioni catastrofiche, preparare risposte concrete e recuperare la fiducia nella propria capacità di affrontare gli imprevisti.
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Dott.Igor Graziato
Past Vice President
Ordine Psicologi Piemonte
Psicologo del lavoro e delle organizzazioni
Specialista in Psicoterapia
Virtual Reality Therapist
REB HP Register for Evidence-Based Hypnotherapy & Psychotherapy
AAvPA Member Australian Aviation Psychology Association
APA Member American Psychological Association
ABCT Member Association for Behavioral and Cognitive Therapies
Division 30 Society of Psychological Hypnosis (APA)
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